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I meccanismi che ci permettono di riconoscere i cibi

tecnica “morfometrica”

03/07/2019

Uno studio italiano molto interessante della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste,  www.sissa.it) da poco pubblicato sulla rivista Scientific Reports , ci rivela che nel nostro cervello si attivano zone diverse nel meccanismo di riconoscimento del cibo.

Data l’importanza vitale che ha il cibo nella nostra vita, è importante riconoscere alcune sue caratteristiche, se è buono, nutriente, velenoso, etc. Per elaborare questi dati, facciamo riferimento alla “memoria semantica”, che  è una sorta di database, che contiene tutte le informazioni sugli oggetti che ci circondano e che quindi ci permette di riconoscerli, dare loro un nome e un significato. Secondo il modello di memoria sensoriale- funzionale , la parte di memoria semantica sensoriale si occupa di identificare “il vivente”, mentre la parte funzionale è deputata a distinguere “il non vivente”.

L’ipotesi da cui sono partite le autrici di questo lavoro è che il riconoscimento del cibo crudo si basi essenzialmente sui nostri sensi (vista, tatto, gusto), quello del cibo trasformato sulle proprietà funzionali, quindi ci evoca informazioni su come è stato trasformato, se è nutriente.In particolare, in questa ricerca viene messo in luce che quando dobbiamo riconoscere cibi crudi, come la frutta, è coinvolta la parte della memoria semantica dedicata al sensoriale, cioè la parte visiva, tattile, mentre se ci troviamo davanti a cibi trasformati, come un piatto di pastasciutta, si attiva la parte dedicata alle caratteristiche funzionali, cioè riconosciamo un oggetto, in questo caso il cibo, in base alla funzione che associamo a quel cibo. Lo studio ha coinvolto individui sani e altri con patologie neurodegenerative di diverso tipo, che avevano in comune un esteso danno alle parti del cervello che sono associate alla memoria semantica. Ai partecipanti a questo studio, sono state mostrate immagini di cibo naturale e trasformato, ed immagini di oggetti vari, che non fossero alimenti, ma che fossero distinti tra organismi viventi, come le piante e non viventi, come degli utensili.

Mediante una tecnica “morfometrica” , chiamata VBM (Voxel Based Morphometry) , sono stati messi in relazione i risultati del test con il volume del cervello, evidenziando le regioni che, se atrofizzate, davano un punteggio basso. Lo studio ha confermato che la regione cerebrale deputata al riconoscimento del vivente è la corteccia occipitale laterale, implicata nella memoria semantica sensoriale. La regione del cervello deputata al riconoscimento del “non vivente” è il giro temporale mediale, implicato nella memoria semantica funzionale. Le autrici dello studio hanno poi identificato diverse zone del cervello, che sono molto legate al riconoscimento del cibo, alle informazioni sugli alimenti e ciò ci rende capaci di interagire con essi, quindi a mangiarli, a cucinarli. Lo studio si rivela interessante per i risvolti clinici che può rivelare. Dobbiamo infatti riflettere sul fatto che uno dei sintomi più frequenti delle malattie neurodegenerative sono proprio i disturbi del comportamento alimentare. Lo studio pone quindi le basi per studiare il ruolo che la memoria semantica gioca in questi casi.


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